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donna in Gravina si tocca la schiena
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Nel corso della gravidanza ce lo siamo chieste tutte almeno una volta: e se alla fine di questo meraviglioso viaggio di 40 settimane mi tocca un parto indotto? Non nascondiamocelo: l’induzione impensierisce un po’ perché in realtà non si sa bene come funzioni e già solo l’idea sembra in contrasto con la tanto decantata naturalità del parto. Sappiate però che spesso la stimolazione può anche scongiurare il pericolo di un cesareo. In ogni caso, dietro a questa scelta, c’è sempre un’attenzione speciale dei medici nei confronti della gestante e del suo bambino.

E allora scopriamo cos’è il parto indotto, perché viene praticato, quando e come si fa.

Cos’è il parto indotto

Per induzione si intende un insieme di metodi che hanno l’obiettivo di far partire il travaglio di parto. Ci sono varie procedure che si possono provare, sia di tipo meccanico che farmacologico. Insieme alla sua paziente, il ginecologo saprà scegliere quella che ritiene più adatta al singolo caso. 

In genere la stimolazione viene programmata. Difficilmente si improvvisa “all’ultimo momento”. Non è infatti una tecnica d’emergenza, come invece potrebbe essere il parto cesareo, spesso utilizzato per far fronte ad una situazione allarmante perché più immediato. 

Tenete presente inoltre che non si fa l’induzione perché la mamma è stanca, perché non vede l’ora di conoscere il suo principe o la sua principessa o perché la pancia pesa. Come tutto ciò che è medicalizzato, anche il parto indotto ha alcune indicazioni, che ora vedremo, ed è soggetto all’attenta analisi del personale sanitario. Si fa soltanto se si ritiene che i benefici per la donna e il bambino siano maggiori dei rischi che comporterebbe l’attesa di un travaglio spontaneo. 

Quanto è frequente il parto indotto 

Nel corso del tempo, la frequenza del parto indotto è aumentata. A titolo di esempio, basti pensare che negli Stati Uniti nel 1990 la procedura si effettuava nel 9-10% dei parti. Nel 2012 si è arrivati al 22-23%, anche se successivamente si è assistito ad un nuovo calo. In Italia, in alcune zone, si arriva anche ad oltre il 25% dei parti. 

Perché si fa il parto indotto

Come accennavamo, esistono delle indicazioni per indurre il parto. Le elenchiamo seguendo le linee guida della Società italiana di ginecologia ostetrica (Sigo), dell’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi) e dell’Associazione ginecologi universitari italiani (Agui). Per queste Società scientifiche, i motivi principali per indurre il travaglio sono essenzialmente 3: 

  • la gravidanza che si prolunga troppo dopo il termine; 
  • la rottura delle membrane; 
  • la morte endouterina fetale.

Parto indotto in caso di gravidanza protratta 

Come probabilmente già sapete, una gravidanza si definisce a termine a 37 settimane di gestazione. Significa cioè che, a quest’epoca, il bimbo è pronto per venire alla luce senza grandi pericoli per la sua salute. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, è protratta la “gravidanza che continua oltre le 42+0 settimane (294 giorni) di età gestazionale”. 

La gravidanza che si protrae a lungo può comportare alcuni problemi materni e fetali, in particolare se ci sono altri fattori di rischio concomitanti (per esempio una malattia della mamma o la riduzione della quantità di liquido amniotico). Ecco quindi che, se il piccolino se la “prende comoda”, l’induzione potrebbe essere necessaria. 

Parto indotto in caso di rottura delle membrane 

La rottura delle membrane (che più comunemente chiamiamo rottura delle acque) si verifica in circa il 10% delle gravidanze a termine. Nel 60% di questi casi il travaglio parte da solo entro le successive 24 ore. Nel 95% dei casi si avvia entro 72 ore. 

L’improvvisa rottura delle acque è uno dei motivi che devono spingere una donna incinta ad andare in ospedale perché è un evento che comporta dei pericoli sia per la mamma che per il piccolino, soprattutto se avviene prima della 37esima settimana. Ad ogni modo, se si rompono le membrane, è opportuna la valutazione del medico che potrà decidere se aspettare (fin quando possibile) oppure se indurre il parto. 

Parto indotto in caso di morte fetale endouterina

Lo sappiamo: stiamo toccando un tasto dolente. Qualunque donna in attesa ha un terrore smisurato di questa evenienza: perdere il proprio bambino. Se avviene nelle prime 20 settimane si tratta di aborto spontaneo, mentre successivamente si chiama morte endouterina fetale (MEF). 

Le MEF si verificano nel 6-7% delle gravidanze. Ci sono alcuni fattori di rischio noti: l’età materna, la razza, il peso prima della gravidanza, alcune patologie (diabete, ipertensione), abuso di alcol, abitudine al fumo, malformazioni fetali, infezioni, distacco di placenta, difetto di crescita del feto. 

Nella maggior parte dei casi, il parto naturale è preferito a quello cesareo perché quest’ultimo, come tutti gli interventi chirurgici, ha dei rischi e viene fatto solo in determinate circostanze. Quindi, seppure sia emotivamente difficile da affrontare, alle mamme che vivono una MEF molto più spesso viene indotto il parto. Ma come abbiamo già avuto modo di sottolineare dipende da quello che deciderà il ginecologo insieme a lei. 

Altre indicazioni per il parto indotto

Esistono poi altri casi in cui il medico può optare per il parto indotto: disordini ipertensivi (pressione alta), scarsa crescita del bambino, colestasi gravidica, problemi di quantità di liquido amniotico (se è poco o troppo), diabete, bimbo molto grande. In alcuni casi può essere deciso anche se ci sono gemelli in arrivo o se la mamma ha avuto un precedente taglio cesareo e vuole partorire naturalmente. Il Vbac (il parto naturale dopo un cesareo) non è una controindicazione all’induzione. 

Quando si induce il parto

In genere, se il travaglio non parte spontaneamente, l’induzione viene programmata tra la 41esima e la 42esima settimana di gravidanza.

Quali sono i metodi più diffusi per indurre il parto

Ci sono vari modi per stimolare il travaglio di parto. Il primo è costituito dalla somministrazione di prostaglandine, sostanze che modificano il collo dell’utero e fanno partire le contrazioni (o comunque dovrebbero farle partire: perché ricordatevi che non è detto che l’induzione funzioni sempre). Il medico o l’ostetrica possono applicare in vagina una fettuccia, una sorta di pezzetto di stoffa imbevuto di questi ormoni. Se l’effetto desiderato non c’è, la fettuccia può essere inserita diverse volte. In alternativa, esiste anche la formulazione in gel.

Piccola nota a margine: lo sperma contiene prostaglandine. Questo è il motivo per cui a fine gravidanza viene consigliato di avere rapporti sessuali con il partner per cercare di far partire il travaglio. Come si suol dire, si unisce l’utile al dilettevole! 

Il sistema più utilizzato al mondo per l’induzione è l’ossitocina che viene somministrata per via endovenosa (continua o ad intervalli e a dosaggi differenti). Molto spesso viene impiegata anche per accelerare delle contrazioni già iniziate che si protraggono per molto tempo. L’effetto è più immediato rispetto alle prostaglandine, ma sappiate che le contrazioni potrebbero essere anche più ravvicinate e dolorose.

Parto indotto: i metodi non farmacologici

Esistono poi altri metodi per avviare il travaglio, che non richiedono farmaci, ma che spesso si rivelano comunque efficaci.

Lo scollamento delle membrane stimola il rilascio di prostaglandine naturali. Non è un’induzione vera e propria, ma un “aiuto”. Di solito viene praticato a 40-41 settimane nelle donne alla prima gravidanza, a 41 in quelle che hanno già altri figli. Non vi mentiremo: potrebbe essere una manovra fastidiosa.

A volte si procede alla rottura manuale delle acque che in gergo si chiama amniorexi. Spesso si fa contestualmente all’impiego dell’ossitocina per accelerare un po’ il tutto. In alcuni casi non si può proprio fare: se c’è placenta previa, se il bimbo non ha ancora impegnato il canale del parto, se ci sono infezioni genitali o Hiv in corso.

Possono anche essere utilizzati dei cateteri transvaginali, che pure favoriscono la produzione di prostaglandine endogene. Un esempio sono delle specie di palloncini che vengono gonfiati in vagina per far dilatare dolcemente il collo dell’utero.

Rischi del parto indotto 

Come qualsiasi procedura di tipo medico, anche l’induzione del travaglio di parto non è esente da qualche rischio. Non lo diciamo per trasmettere paura, ma perché è un dato di fatto. Ovviamente non è detto che accada qualcosa di negativo: al contrario, fortunatamente si tratta di eventi piuttosto rari.

I rischi del parto indotto dipendono dalla metodologia scelta. Vediamone alcuni.

  • Tachisistolia: si verifica quando ci sono contrazioni eccessive, più di 5 in 10 minuti e per almeno 30 minuti. In questo caso, si interviene cercando di interrompere l’induzione, ad esempio staccando la flebo di ossitocina o rimuovendo la fettuccia di prostaglandine.
  • Rottura dell’utero: è un rischio molto basso. 
  • Ipotensione: l’abbassamento della pressione arteriosa avviene soprattutto dopo l’infusione rapida di ossitocina.
  • Infezioni materne o fetali.
  • Perdite vaginali di sangue. 

Si può fare l’epidurale in caso di parto indotto?

La risposta è sì. Anche con i parto indotto è possibile ridurre il dolore della partoriente somministrando l’analgesia epidurale