Fasi del parto, quali e quante sono e come riconoscerle

fasi del parto
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Conoscere a grandi linee quello che ci aspetta al momento del parto e imparare ad ascoltare i segnali che il nostro corpo manda è importante. Sia per tranquillizzarsi un po’, sia per sapere come comportarsi. Quali sono quindi le varie fasi del parto? Quanto tempo ci mette un bimbo a nascere? Come riconoscere le contrazioni giuste?

Va sottolineato che non esistono indicazioni valide per tutte le partorienti: per alcune ad esempio il travaglio vero e proprio può durare appena due ore, per altre molto di più. Alcune possono perdere il tappo mucoso o rompere le acque, mentre tutto questo può non verificarsi per altre. Ogni corpo è a e la natura si prende comunque cura di ciascuna di noi.

Esistono però delle fasi del parto naturale che sono “universalmente” riconosciute. Vediamo quindi quali sono questi tempi del parto e come distinguerli tra loro. Sono la fase prodromica, dilatante, espulsiva e il secondamento.

La fase prodromica può essere considerata un momento di preparazione del corpo, della mamma e del bambino al parto. Può durare poche ore oppure iniziare già qualche giorno prima del grande evento: è difficile dirlo perché i sintomi possono essere molto sfumati o non esserci proprio.

Potrebbero ad esempio esserci le prime contrazioni, che però non sono ancora quelle efficaci perché irregolari e non particolarmente dolorose. Può capitare di avvertirle per qualche ora o per lo più di notte, per non sentire nulla al mattino. Tra gli altri segnali della fase prodromica che potrebbero esserci (ma non è “obbligatorio“) qualche disturbo gastrointestinale (diarrea soprattutto) e la perdita del tappo mucoso.

Il tappo mucoso serve a chiudere il collo dell’utero: è una protezione durante la gravidanza che però al momento del parto non serve più. Ecco quindi perché si perde. Ve ne accorgete perché è una sostanza gelatinosa, a volte striata di sangue, più consistente rispetto alle perdite classiche della gestazione. Attenzione: perdere il tappo non significa correre in ospedale. Possono passare anche giorni fino al travaglio vero e proprio.

Cosa succede nel periodo prodromico? Il piccolo pian piano inizia ad incanalarsi e l‘utero si appiana, accorciandosi e appiattendosi.

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La seconda delle fasi del parto è quella dilatante, che corrisponde all’avvio del travaglio vero e proprio. La prima differenza con la fase precedente? Le contrazioni diventano regolari e dolorose. La durata e l’intensità progressivamente aumentano, mentre si riduce l’intervallo tra l’una e l’altra. In questo caso, è opportuno andare in ospedale. Potrebbero anche rompersi le membrane, se non è già avvenuto prima (potrebbe anche non accadere completamente).

Questa fase è forse quella che più preoccupa a causa del dolore e dei racconti non sempre rassicuranti di amiche e parenti che parlano di travagli di 36 ore! Un po’ esagerato… I tempi della fase dilatante non sono assolutamente certi. Il collo dell‘utero si dilata per permettere al piccolo di passarvi attraverso. In genere, una nullipara (cioè una donna al primo figlio) può impiegare più tempo rispetto a una mamma che ha già avuto altri bambini, ma anche qui non ci sono regole sicure.

Si parla di dilatazione completa quando si arriva a 10 centimetri. Inutile negarlo: è un momento complesso, in cui dovrete trovare il vostro modo di respirare e di tenere a bada il dolore. Intorno ai 4 centimetri di dilatazione potete beneficiare della vasca per il parto in acqua o della partoanalgesia. Parlatene alla vostra ostetrica.

Si arriva così alla terza delle fasi del parto, cioè l’espulsione. In realtà, potrebbe essere preceduta da un momento di transizione, chiamato latenza: le contrazioni scompaiono e il travaglio pare arrestarsi. È una cosa meravigliosa che fa il nostro corpo: concede una pausa prima della “volata” conclusiva.

A questo punto sentirete il bisogno di spingere (sono i premiti), come quando dovete evacuare. Il vostro piccino ormai sta arrivando. Spingete cercando la posizione a voi più congeniale: è un vostro diritto poter decidere come partorire, non esiste l’imposizione di stare sdraiate a pancia in su.

Anche la durata delle spinte è variabile: anche in questo caso, chi ha già avuto bambini di solito ci mette meno tempo, ma non è sempre valido. Quando la testolina sguscia fuori siete ormai alla fine: basterà attendere un’ultima contrazione e spingere e avete il vostro bambino tra le braccia.

Il parto naturale si completa poi con il secondamento, cioè l’espulsione della placenta. In genere, avviene 15-20 minuti dopo il parto. Se però si supera l’ora, potrebbe essere necessario intervenire chirurgicamente per asportarla. Dopo il secondamento, il ginecologo o l’ostetrica potrebbero “ricucire” le eventuali lacerazioni: avendo il vostro piccino accanto neppure ve ne accorgerete!

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