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bambina colora con il suo papà

Responsabilità e colpa sono due parole che esprimono concetti ben diversi tra loro, ma per i genitori esse conducono ad un’unica dimensione: quella dell’educazione e della crescita dei propri figli. Non esiste, in effetti, un parametro universale applicabile ad ogni bambino a cui mamma e papà possono aggrapparsi per “giustificare” le proprie strategie comunicative e comportamentali. Tuttavia, se da una parte far sentire in colpa i bambini non porta a cambiamenti strutturali di sorta, dall’altra deresponsabilizzarli del tutto li rende vulnerabili di fronte al naturale percorso della crescita.

Il buon senso gioca sempre a favore dei genitori. L’iniziale confusione, specie se si è alle prime esperienze, nel capire dove si trova il confine tra responsabilizzare e colpevolizzare può sparire seguendo semplici scelte.

Innanzitutto la cosa più naturale è che vostro figlio vi rifletta: non sottovalutate il potere che nella quotidianità ha l’”esempio”: esso è un primo step per far capire ai bambini cosa dovrebbero fare e cosa no.

Anche le parole e le azioni scelte per responsabilizzare vostro figlio hanno un ruolo importante: se siete genitori equilibrati e coerenti, spiegherete in modo chiaro che cosa “volete” da lui o da lei senza confusi ripensamentirimproveri eccessivi.

In effetti, quando un bambino viene colpevolizzato troppo spesso e senza un motivo, quello che non funziona si trova a monte, nella società, e riguarda un metodo educativo poco lineare. A questo bisogna aggiungere l’eccessiva esposizione a stimoli di ogni tipo che i più piccoli vivono ogni giorno. L’infanzia deve rimanere tale senza subire informazioni fuorvianti ed intrusive. I bambini non hanno bisogno di stereotipi per crescere, ma di punti fermi entro cui muoversi sapendo che, fuori da quel perimetro, potrebbero non ricevere un premio e/o venire puniti.

Un buon inizio di un percorso di responsabilizzazione, quindi, trasforma piccole azioni in cui l’adulto fa soltanto da mediatore in comportamenti consapevoli. Il bambino capisce in tal modo che cosa provoca un suo gesto, dove lo conduce. Se, ad esempio, i genitori gli hanno dato un compito, sempre proporzionato alla sua età e alle sue capacità, il piccolo lo deve portare a termine: è un accordo che può essere rinforzato con degli stimoli positivi – fishes, stelline, un cibo particolare –, un approccio che in inglese prende il nome di Token Economy (Economia a Gettoni), una forma di “contratto educativo” finalizzato a modificare il comportamento dei più piccoli.

È evidente che come in tutti i contratti anche in questo i punti fermi devono essere decisi a priori. Vostro figlio riceverà un premio solo a patto che agisca in un determinato modo, ma l’obiettivo a lungo termine sarà quello di eliminare del tutto la gratifica del gettone e questo potrà avvenire soltanto se, attraverso passaggi graduali, il bambino sceglie autonomamente il comportamento da seguire.

Oltre al sistema della ricompensa-premio, esistono le strategie basate sul “gioco”, cioè ogni richiesta – come accudire una pianta o un animale domestico, aiutare i genitori con il fratellino più piccolo o dare una mano nelle faccende di casa – viene posta in forma di divertimento condiviso e di aiuto prezioso ed indispensabile. In questo caso il piccolo sceglie di “divertirsi” e non di ubbidire, ma questo lo farà, cari genitori, se voi sarete più furbi di lui.