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Donna in gravidanza contro violenza ostetrica
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Il parto è una delle esperienze più potenti, forti e coinvolgenti che una donna può vivere. È un momento che viene atteso per 9 mesi con ansia, trepidazione, eccitazione, gioia, paura. Un mix di emozioni contrastanti, soprattutto quando si è alla prima gravidanza. Insieme al pancione e alla curiosità di stringere il proprio bambino, crescono anche le incognite su come sarà metterlo al mondo. Comunque vada di sicuro il parto rimane impresso nella mente e nel cuore per sempre. In alcuni casi però lascia un ricordo che felice non è.

Sfortunatamente non sempre la sala parto è quel luogo di sorrisi e serenità che molti film o serie tv ci presentano. A volte si trasforma in un posto da dove si desidera uscire il prima possibile. A volte le mamme non vogliono più metterci piede. Maltrattamenti verbali, umiliazioni, mancanza di empatia e sostegno, pratiche mediche non strettamente necessarie per fortuna non sono all’ordine del giorno. Però succedono ancora.

I casi di violenza ostetrica non sono così rari come si potrebbe pensare, anche in un Paese come il nostro. Lo dimostra una indagine della Doxa, l’azienda italiana che si occupa di ricerche di mercato, e lo conferma un recente studio di un grande ospedale italiano. E lo suggella la voce – ancora disperata – di una giovane mamma che l’ha vissuto sulla sua pelle.

Le raccomandazioni dell’OMS per il parto

Facciamo una breve premessa. Da moltissimi anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità si batte per garantire alle donne il miglior accesso all’assistenza sanitaria, in particolare durante la gravidanza e il parto. Non è certamente l’unico ambito di cui l’OMS si occupa, ma su questo tema l’attenzione di questa istituzione è sempre stata ai massimi livelli.

Già nel 1985, l’OMS ha pubblicato delle raccomandazioni sull’assistenza durante la gravidanza, il parto e il post partum. Le raccomandazioni non sono una vera e propria “legge”, ma considerando che arrivano dall’ente internazionale più importante in ambito sanitario meriterebbero di essere adottate alla lettera. Eppure, questo non avviene sempre.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, se non ci sono precise indicazioni mediche, alcune pratiche andrebbero evitate perché creano disagio (se non fastidio, dolore o addirittura pericolo) alla mamma e, come diretta conseguenza, al bambino. Tra queste ci sono:

  • il clistere o la depilazione del pube di routine prima del parto;
  • l’episiotomia;
  • la rottura delle membrane;
  • la posizione obbligata durante il travaglio o il parto (ad esempio, quella “ginecologica” sul lettino);
  • la manovra di Kristeller (è una vigorosa spinta col braccio sull’addome che dovrebbe favorire l’uscita del bimbo);
  • il divieto di assumere cibo o bevande durante travaglio e parto;
  • il taglio precoce del cordone ombelicale;
  • la separazione del neonato dalla mamma dopo la nascita.

Molte di queste raccomandazioni non vengono rispettate, sfociando talvolta in episodi di violenza ostetrica e creando alle donne situazioni di vero discomfort che non si dimenticano facilmente.

L’indagine Doxa sulla violenza ostetrica

L’indagine della Doxa è stata realizzata nel 2017 ed è nata su input dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, in collaborazione con le associazioni La Goccia Magica e Ciao Lapo Onlus che l’hanno finanziata. L’obiettivo era quello di cercare di fare luce su come le donne vivono il loro parto e sul fenomeno, all’epoca ancora poco conosciuto, della violenza ostetrica.

La ricerca “Le donne e il parto” è stata condotta su un campione rappresentativo (certificato secondo parametri di qualità) di circa 5 milioni di donne tra 18 e 54 anni d’età con almeno un figlio da 0 a 14 anni. L’arco temporale analizzato era quello tra il 2003 e il 2017. Gli aspetti presi in considerazione sul travaglio e sul parto spaziavano dal rapporto con gli operatori sanitari ai trattamenti impiegati, dal consenso informato alla possibilità della partoriente di prendere decisioni fino al rispetto della privacy.

La fotografia scattata dalla ricerca Doxa sulla violenza ostetrica parla da sola. Vediamo.

Violenza ostetrica per il 21% delle donne

Il primo dato dell’indagine che colpisce (anche piuttosto duramente) è che il 21% delle donne dichiara di aver subito episodi di violenza ostetrica (che, ricordiamo, è definita come “appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico”). In altre parole, in 14 anni circa un milione di partorienti è stata protagonista di casi simili.

Un altro risultato della ricerca deve assolutamente far riflettere, a tutti i livelli. Il 6% delle donne intervistate è rimasta talmente scottata dall’esperienza vissuta da decidere di non volere altri figli. Si stima che nel nostro Paese (che vive una denatalità preoccupante) ogni anno ci siano 20.000 bambini non nati per questa ragione.

Il 41% (cioè 4 donne su 10) afferma di aver ricevuto pratiche lesive della propria dignità o integrità psicofisica e il 33% dice di non essersi sentita adeguatamente assistita. Quasi la totalità (99%) ha partorito in ospedale. Il 14% non tornerebbe nella stessa struttura, mentre un altro 14% è indeciso se cambiare o meno in caso di successive gravidanze.

Parto e l’assistenza che spesso non c’è

Un dato abbastanza positivo riguarda la qualità generale dell’assistenza. Per il 67% delle donne è stata corretta. Ma anche qui ci sono delle ombre. Il 27% del campione (pari a 1.350.000 donne) sostiene di essere stato seguito solo in parte, mentre avrebbero voluto essere più partecipi.

C’è però un 6% di mamme che dichiara di aver vissuto il parto da sola, senza assistenza. Una su 3 si è sentita tagliata fuori dalle decisioni e dalle scelte che hanno riguardato il suo parto e che, in qualche modo, le sono state imposte dal personale sanitario.

Dopo aver partorito, il 27% delle intervistate non ha ricevuto il giusto sostegno e informazioni necessarie al buon avviamento dell’allattamento al seno. Il 19% lamenta scarsa riservatezza durante la degenza in ospedale/clinica, mentre al 12% è stato negato di avere accanto qualcuno durante il travaglio e al 13% un’adeguata terapia per tenere sotto controllo il dolore.

Infine (ma non per importanza), nel 4% dei casi (circa 14.000 donne all’anno) la scarsa assistenza ha messo in pericolo la vita della mamma e del bambino.

Il ricorso massiccio all’episiotomia…

L’episiotomia è il taglio del perineo che viene praticato per facilitare l’espulsione del bambino. Almeno in linea teorica. Gli studi più recenti infatti hanno dimostrato che non sempre questa manovra serve e che le lacerazioni naturali guariscono più in fretta. È anche più basso il rischio di emorragie e infezioni. L’OMS l’ha definita “dannosa, se non in rari casi” e ha raccomandato di evitarne l’impiego “di routine”. Ma a quanto sembra, almeno all’epoca dell’indagine di cui stiamo parando, in Italia le cose non andavano benissimo. 

Tra il 2003 e il 2017, al 54% delle donne (una su 2) è stata praticata un’episiotomia. Il 61% di queste (pari a 1,6 milioni) afferma di non aver dato il consenso informato per autorizzarla. Non dimentichiamo però che è un intervento chirurgico a tutti gli effetti…

Il ricorso all’episiotomia è più alto al Sud e nelle Isole (58%), seguito dalle regioni del Nord-Est e del Centro Italia (55%) e infine dal Nord-Ovest (48%). Il 15% delle donne la considera una menomazione degli organi genitali, mentre il 13% l’ha vissuta come un tradimento della loro fiducia da parte degli operatori sanitari.

… e al cesareo

Anche le percentuali di cesarei in Italia sono molto elevate. Stando ai dati della ricerca Doxa ha partorito in questo modo il 32% del campione. Per le raccomandazioni dell’OMS, trattandosi di un intervento chirurgico, non si dovrebbe superare il 10%, ma è chiaro che si va ben oltre.

Di questo 32%, il 15% è stato un cesareo d’urgenza, il 14% programmato per indicazioni mediche. Solo per il 3% è stata una scelta consapevole e precisa della partoriente.

La ricerca del Burlo Garofalo sul parto in pandemia

L’ospedale Burlo Garofalo di Trieste è il centro collaboratore dell’OMS per la salute materno infantile e coordina il progetto internazionale Improving MAternal Newborn carE (IMAgiNE EURO), condotto in 20 Paesi europei per valutare la qualità delle cure materno-infantili, con un focus particolare sul parto nel periodo della pandemia da covid-19.

I questionari sono stati somministrati a 24.000 donne europee (4.800 sono italiane) e 3.000 operatori sanitari e si basano su precisi indicatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. All’inizio della diffusione del coronavirus, l’OMS aveva immediatamente preso posizione, ad esempio raccomandando di non lasciare sole le partorienti o di non separarle dal neonato nonostante la diffusione del virus. Ma le cose non sono andate esattamente così, almeno secondo i dati italiani della ricerca dell’ospedale triestino, pubblicati a gennaio sull’International Journal of Gynecology & Obstetrics.

Lo studio del Burlo Garofalo ha incluso 4.824 donne che hanno partorito in una struttura italiana dal 1° marzo 2020 al 29 febbraio 2021, ed hanno risposto a un questionario online che includeva 40 misure di qualità basate sugli standard dell’OMS.

Su 3.981 donne in travaglio:

  • il 78,4% non ha avuto un compagno vicino;
  • il 44,6% ha avuto difficoltà a partecipare alle visite prenatali di routine;
  • il 36,3% ha riferito di un supporto inadeguato all’allattamento al seno;
  • il 39,2% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche;
  • il 33% ha avuto comunicazioni poco chiare dal personale;
  • il 24,8% non è stato sempre trattato con dignità;
  • il 12,7% ha denunciato abusi.

Di fatto, i risultati confermano la situazione già evidenziata dall’indagine Doxa-OVOItalia.

Violenza ostetrica: una mamma racconta

La nascita di un figlio dovrebbe essere il momento più bello della vita dei genitori, per me è stato uno dei momenti più bui della mia vita.

Il 18 dicembre 2021 avrei dovuto avere un parto bellissimo, sognavo questo momento da tutta la vita, consapevole che sarebbe stata dura ma sicura che la forza di una mamma si manifesta proprio in quei momenti.

Sono andata in ospedale a 39 settimane con delle contrazioni da subito forti, non immaginavo che l’unica risposta sarebbe stata: “Primo figlio?! Siete tutte esagerate”. Intanto io avevo dolori lancinanti da 20 ore ma sono stata lasciata da sola perché in piena pandemia, senza il supporto di nessuno, nei corridoi del reparto su una sedia di ferro.

Sono rimasta su quella sedia per ore e ore, in attesa del tracciato, poi in attesa della visita, poi di un altro tracciato e infine del tampone molecolare, fino al momento del parto. Da sola, terrorizzata da tutto. Imploravo di farmi un cesareo perché dopo così tante ore non reggevo più il dolore, ma soprattutto avevo la consapevolezza che non avrei avuto le forze per andare avanti, e così è stato.

Sono stata portata in sala parto da un’inserviente dell’ospedale che vedendomi perdere sangue ha capito che sarebbe stata l’unica che mi avrebbe aiutato. Da qui è iniziato il mio calvario. Sono stata costretta in una posizione laterale che non mi agevolava, chiedevo di cambiare posizione, di mettermi in piedi, ma mi è stato impedito. Dopo 3 ore di respiri interrotti, spinte e senza alcun supporto morale ho perso i sensi. In un attimo il peggior incubo di un genitore si è presentato, la sensazione di poter morire e la consapevolezza di poter uccidere.

Appena hanno inserito le maniglie e mi hanno cambiato di posizione ho sentito immediatamente che avrei potuto farcela da sola ma l’unica risposta che ho ricevuto è stata: “Ormai è troppo tardi, vuoi fare nascere un figlio morto?”. In pochi secondi la stanza si è riempita di dottori, chi praticava la manovra di Kristeller, chi mi teneva per le braccia, chi con la ventosa tirava il mio bambino, chi invece mi praticava l’episiotomia senza un minimo di anestesia ma soprattutto senza alcun consenso.

Dopo una serie di tentativi e procedure Leonardo è nato, con un’escoriazione sulla testa causata dai vari tentativi fatti con la ventosa per tirarlo fuori. È nato, ma “non di certo grazie a me”. È stata la prima cosa che mi sono sentita dire dalla ginecologa quando per la prima volta ho guardato mio figlio negli occhi, quando per la prima volta lo avevo sul mio petto.

Questa frase mi ha accompagnato per tutti i giorni in cui dovevo lasciarlo in una culletta termica in terapia intensiva a causa del tumore da parto, mi ha accompagnato ogni giorno quando la culletta era quella di casa o le mie braccia, mi accompagna tutti i giorni fino ad ora ogni volta che lo guardo crescere, sano e forte, ma “non di certo grazie a me”.