Skip to main content
search
Large - sezione Bambino
iMamma - L'app per i genitori
iMamma
L'app per i genitori

Il parto è forse l’esperienza più forte, coinvolgente, emozionante e complessa che una donna possa vivere. Ma non per tutte è così e c’è chi lo ricorda come un incubo. Fino a qualche anno fa nessuna di noi probabilmente aveva mai sentito parlare di “violenza ostetrica”. Oggi questa espressione è più familiare. Piano piano e non senza difficoltà, il fenomeno della violenza ostetrica – cioè quell’insieme di abusi (fisici, verbali e psicologici) subiti in sala parto – sta uscendo dalle corsie d’ospedale, si comincia a parlarne e si sta imponendo una nuova e importante coscienza delle donne: sì, è vero che il parto è doloroso, ma chi l’ha detto che deve diventare una sofferenza tale da trasformarsi in un trauma così forte da non volere altri figli?

L’argomento è sicuramente scottante – per non dire bollente! – e suscita sempre tante reazioni (compreso qualche mal di pancia). Però ha una rilevanza fondamentale. Lo dimostra in primis la dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 30 settembre del 2014, cui si affiancano altri documenti, sentenze o prese di posizione, ad esempio delle Nazioni Unite con i rapporti della relatrice speciale sulla violenza contro le donne.

Il titolo dello statement dell’OMS parla da sé: “La prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”. Già nella premessa, la massima autorità sanitaria a livello globale scrive a chiare lettere: “Un numero crescente di studi sulle esperienze delle donne durante la gravidanza, e in particolare durante il parto, dipinge un quadro allarmante. In tutto il mondo molte donne durante il parto in ospedale fanno esperienza di trattamenti irrispettosi, negligenti o abusanti”. Quali sono questi trattamenti irrispettosi? Lo chiarisce l’Organizzazione:

  • l’abuso fisico diretto.
  • La profonda umiliazione e l’abuso verbale.
  • Procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione).
  • La mancanza di riservatezza.
  • La carenza di un consenso realmente informato.
  • Il rifiuto di offrire un’adeguata terapia del dolore.
  • Gravi violazioni della privacy.
  • Il rifiuto di ricezione nelle strutture ospedaliere.
  • La trascuratezza dell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna.
  • La detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita connessa all’impossibilità di pagare.

Secondo l’OMS, “ogni donna ha diritto al migliore standard di salute possibile, che include il diritto all’assistenza dignitosa e rispettosa durante la gravidanza e il parto, così come il diritto ad essere libera dalla violenza e dalla discriminazione. Abuso, negligenza o mancanza di rispetto durante il parto possono condurre alla violazione dei fondamentali diritti della donna”. In altre parole, avere un parto tranquillo, essere assistita in modo attento e amorevole, ricevere cure adeguate non è un “capriccio”: è un sacrosanto diritto e, come tale, va rispettato dalla prima contrazione fino all’allattamento.

Nel nostro Paese, da qualche anno si assiste ad un importante e proficuo fermento sul tema della violenza ostetrica. A seguito della campagna mediatica “Basta tacere: le madri hanno voce”, la dott.sa Elena Skoko e l’avvocato Alessandra Battisti hanno fondato l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) che, nel 2017, ha commissionato alla Doxa un’indagine sulla violenza ostetrica che ha fatto emergere numeri molto rilevanti anche in Italia. E se c’è qualcuna di voi che vuole raccontare la sua storia o desidera informazioni generali può scrivere all’indirizzo mail bastatacere.ovoitalia@gmail.com, mentre per le consulenze legali a alessandra.battisti.roma@gmail.com.

Avv. Alessandra Battisti

Avv. Alessandra Battisti

Co-fondatrice Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia)

    Avvocato Battisti, partiamo dando una definizione di violenza ostetrica…

    “Individuare una definizione di violenza ostetrica significa avere un punto di riferimento cui guardare per dare forma a questo fenomeno. La violenza ostetrica viene definita in ambito giuridico per la prima volta nella ‘Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia’ del Venezuela, nel 2007, come: ‘appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna’. All’inizio, il problema della violenza ostetrica era individuare in cosa consiste. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sollecitata da donne e da gruppi di advocacy, è arrivata ad adottare lo statement alla base del quale ci sono indagini e ricerche, tra cui, in particolare, uno studio condotto dai ricercatori di Harvard, negli Stati Uniti, che hanno raccolto molte testimonianze, giungendo alla conclusione che ci sono dei comportamenti ricorrenti nell’ambito dell’assistenza al parto che si inseriscono nel quadro delle violazioni dei diritti umani della donna”.

    Fino a qualche tempo fa la violenza ostetrica era un fatto completamente sconosciuto in Italia. Poi cosa è successo?

    “Io ed Elena Skoko siamo le traduttrici ufficiali della dichiarazione dell’OMS in italiano. La traduzione è stata validata e pubblicata e dal 2015 abbiamo iniziato a farla conoscere, presentandola anche al Ministero della Salute. L’argomento suscitava interesse, ma sembrava lontano dalle nostre realtà. Pareva riguardare solo altri Paesi, ma noi già ricevevamo delle testimonianze. Il fenomeno esisteva, anche se ancora molte donne pensavano fosse ‘routine’ essere trattate in un certo modo in sala parto, convinte che fosse capitato solo a loro. Ma non è così. Eppure, siccome non c’erano dati ufficiali, il problema non veniva preso in considerazione. Anche l’OMS si rendeva conto della necessità di colmare questo vuoto e aveva invitato tutti - governi, università, donne, società civile - a fare ricerca”.

    Ed ecco la campagna “Basta tacere: le madri hanno voce” che ha puntato i riflettori sulla violenza ostetrica in maniera diretta, senza filtri…

    “La campagna mediatica del 2016 è stata sostenuta da tante associazioni ed è diventata immediatamente virale. Abbiamo chiesto alle donne di pubblicare sulla pagina www.facebook.com/bastatacere un cartello che riportasse in poche parole il loro racconto di abuso o scarsa assistenza durante il parto con l’hashtag #bastatacere. Sono state raccolte più di 1.100 testimonianze. Le prime donne che hanno postato la foto del proprio cartello hanno dato coraggio alle altre con una condivisione su larga scala. Probabilmente il web ha potuto fare ciò che di persona forse non sarebbe mai accaduto”.

    Qual è stato l’effetto di questa campagna?

    “Le madri si sono rafforzate a vicenda, si sono riconosciute nelle storie di parto. Molte credevano che fosse successo solo a loro perché avevano il senso di colpa di ‘non essere state capaci’. Invece, raccontando la loro esperienza hanno dimostrato solidarietà, si sono prese cura l’una dell’altra e non si sono sentite più sole. La campagna ha permesso alle donne di creare un movimento che in Italia prima non c’era. Ha anche fatto capire che c’era bisogno di supporto. Nonostante i nostri sforzi, la collaborazione con altri gruppi di ricerca di altri Paesi, la proposta di legge Zaccagnini che introduceva una norma sulla violenza ostetrica, alcune interrogazioni parlamentari, l’interesse della stampa, le testimonianze delle donne, un questionario online, per il Ministero i dati non erano sufficienti. Così, nel 2017, abbiamo commissionato alla Doxa l’indagine ‘Le donne e il parto’ volta a misurare il vissuto delle madri nel parto rispetto ad indicatori giuridici come la dignità e l’integrità psicofisica, la tutela della privacy, il consenso informato, il ricorso a pratiche non raccomandate dall’OMS. A quel punto c’è stata un’esplosione mediatica che ha dato grande visibilità al tema, provocando anche la reazione dei ginecologi che ci hanno diffidati dall’uso del termine violenza ostetrica e hanno contestato la ricerca della Doxa”.

    Dopo la campagna, nasce l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) che si occupa, tra l’altro, di diffondere la corretta informazione sulla violenza ostetrica, fare ricerca, sostenere le donne che l’hanno subita. Ricevete tante richieste?

    “Le donne che scrivono all’Osservatorio chiedono di poter raccontare la propria storia di assistenza al parto e cosa possono fare. Diverse mail riguardano parti recenti. Quindi, a differenza di ciò che si potrebbe pensare, non sono ‘cose del passato’, succede ancora. Ci sono madri che ci contattano anche dopo anni dal parto e ci dicono che stanno ancora male. In generale, per prima cosa tutte le donne vogliono capire perché è successo. Ciò che collega queste mamme è la sofferenza che non passa, il senso di ingiustizia subita e il bisogno di fare qualcosa per evitare lo stesso dolore ad altre madri. Questo desiderio di volere fare qualcosa per evitare che altre partorienti siano maltrattate è molto diffuso e mi commuove sempre”.

    Quali sono i racconti più frequenti?

    “I maltrattamenti verbali sono estremamente ricorrenti. Espressioni come ‘stai zitta’ se la partoriente urla o si lamenta, ‘ora resti così’ se si sporca, ‘non sei in grado di spingere’, ‘questo bambino non ti merita’. Le donne riferiscono spesso di manovre senza consenso, come per esempio lo scollamento delle membrane ‘a tradimento’, senza alcun preavviso. Ci sono donne separate dal neonato subito dopo la nascita senza alcun motivo di salute o costrette a partorire in posizione litotomica (quella classica ginecologica, a gambe aperte sul lettino da parto, ndr), altre che stanno male, ma non ricevono assistenza, episiotomia in molti casi senza il consenso informato, suture senza anestesia, cesareo ‘minacciato’ oppure insistenza a partorire naturalmente, acqua da bere negata. Possiamo dire che c’è una parte preponderante di maltrattamenti e un’altra relativa ad interventi, mancanza di spiegazioni, di consenso o di coinvolgimento delle donne”.

    Ora però cominciano a far sentire la loro voce. Che tipo di cambiamento c’è in atto?

    “Il cambiamento deriva dall’impegno della società civile e dalla presa di posizione delle istituzioni internazionali, come l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, l’OMS, la Relatrice Speciale sulla salute e sulla violenza contro le donne, il Comitato della CEDAW- Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le Donne. Da quando si parla di violenza ostetrica, i livelli di consapevolezza si stanno modificando. Se fino a qualche anno fa le modalità di assistenza irrispettosa erano considerate ‘normali’, oggi che circolano più notizie c’è maggiore coscienza dei propri diritti e si sa che alcuni comportamenti sono scorretti. Le donne lo sapevano anche prima forse, ma non venivano ascoltate o credute. Non è vero che se stai partorendo devi essere trattata male. Se prima stare a gambe aperte davanti a molti operatori sanitari non sembrava irrispettoso verso la donna, oggi è considerato una violazione della dignità personale. Le donne hanno diritto ad un’assistenza di qualità in cui siano coinvolte e possano beneficiare di una medicina basata sull’alleanza terapeutica. Noi auspichiamo sempre una più alta partecipazione degli operatori sanitari: il cambiamento deve avvenire anche lì. È inoltre necessario continuare a studiare e approfondire ancora di più il tema della violenza ostetrica. Sicuramente emergeranno altri dati. La ricerca e le attività di sensibilizzazione vanno di pari passo e devono puntare all’empowerment delle donne, che finalmente possono parlare di ciò che accade”.

    Cosa può fare una donna che subisce violenza ostetrica? Cosa può ottenere?

    “Le donne che ritengono di essere vittime di violenza ostetrica possono segnalare l’accaduto alla direzione dell’ospedale dove hanno partorito, ma anche, ricorrendone i presupposti, e a seconda dei casi, denunciare in sede penale o formulare una richiesta di risarcimento danni in sede civile. Inviare un reclamo alla struttura ospedaliera ad esempio potrebbe aiutare a prevenire altri a casi di maltrattamenti e a migliorare i processi di ascolto e feedback delle donne. A volte le madri hanno ricevuto lettere di spiegazioni e di scuse da parte dell’ospedale, in alcuni casi sono state risarcite per i danni patiti”.

    In sala parto la donna è (o comunque dovrebbe essere) protagonista. Come può garantirsi questo ruolo e come può essere supportata da chi è con lei?

    “Come Osservatorio abbiamo sempre sostenuto che la donna debba essere ‘soggetto’ di cure e non ‘oggetto’, al fine di prevenire ed eliminare quelle modalità dell’assistenza che la espropriano della centralità e dell’autonomia decisionale che le spettano anche nell’esperienza del parto. L’OMS ha sancito nelle proprie linee guida che le donne hanno il diritto ad una esperienza positiva del parto e della gravidanza che si traduce in una assistenza rispettosa e competente. I diritti delle donne e il loro ruolo di centralità nell’esperienza del parto devono essere chiari e ben definiti in sede di politiche e normative sanitarie. Una donna non può partorire e contemporaneamente far valere i propri diritti. È inumano. Non può ‘combattere’ per essere rispettata mentre è in travaglio o sta partorendo. ‘Potevi dirglielo’. No, non è così. Non si può avere questa energia, né fisicamente né emotivamente. A volte le donne ci provano a difendersi, ma se sono sole è impossibile. Anche la persona di fiducia, partner o familiare, che accompagna la partoriente dovrebbe essere altrettanto informata sui suoi diritti. Però come può un marito o una sorella mettersi a discutere con un operatore sanitario che ti dice che quel determinato intervento è indispensabile? Ci vuole una preparazione a monte, un’alleanza terapeutica tra tutti gli attori coinvolti e in cui tutti collaborino perché la donna possa partecipare attivamente all’assistenza e non subirla. La nascita del proprio figlio o figlia è il momento più importante nella vita una donna e della sua famiglia: è giusto pertanto che alle madri sia garantito un contesto di rispetto, competenza e gentilezza”.