Allattamento a rischio: cos'è e come fare domanda

allattamento a rischio
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Quando si aspetta un bambino e si ha intenzione di allattarlo al seno, uno dei problemi che si pone la mamma che lavora è: “Ma come farò quando devo rientrare al lavoro? Come potrò continuare ad allattare se devo stare fuori casa 8 ore?”. È una domanda legittima perché conciliare le due cose sembra una faccenda un po’ complicata. Per certi versi però non lo è. Oltre a fruire delle ore di permesso per allattare (2 per chi lavora 6 ore o più ore al giorno), le lavoratrici dipendenti hanno un altro diritto, ancora poco conosciuto: quello del cosiddetto allattamento a rischio. Vediamo cos’è e come si può ottenere.

Per allattamento a rischio si intende un allattamento compiuto in tutta una serie di situazioni lavorative che possono in qualche modo compromettere la salute della mamma e la bontà del suo latte. Si tratta quindi di lavori in cui la donna è a contatto con agenti pericolosi oppure con molte persone, che possono essere veicolo di malattie o attuare comportamenti rischiosi. In questi casi – che ora analizzeremo in dettaglio – la mamma lavoratrice può chiedere di fare un tipo di lavoro differente o, se questo non è possibile, di rimanere a casa ad accudire il suo bambino ricevendo comunque il normale stipendio.

C’è una norma ben precisa che si occupa di allattamento a rischio: è il decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001. Il “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000″ disciplina, tra le varie cose, anche la sicurezza sul lavoro di una donna in gravidanza e in allattamento. In un certo senso, è anche un modo in più per incentivare le neo mamme ad allattare al seno, che sappiamo essere la fonte di nutrimento migliore per ogni bimbo. Vediamo in che modo.

La prima cosa che mamma e datore di lavoro devono fare insieme è valutare se la mansione assegnata è compatibile con l’allattamento: se i suoi compiti rischiano di pregiudicarlo o di essere nocivi per la salute, bisognerà cercare di trovare qualcosa di diverso. Per esempio, se è un’insegnante, potrebbe essere spostata dalla classe alla gestione della biblioteca. Se invece non c’è soluzione, allora può essere esentata dal lavoro per un periodo di tempo variabile.

I principali fattori di rischio sono 3:

  1. agenti fisici: se la mamma è esposta a radiazioni (ad esempio, se lavora in radiologia) oppure a rumori molto forti (al di sopra di 90 decibel) o a situazioni con caldo o freddo eccessivi, può essere tutelata per 7 mesi dopo il parto. Se invece il suo lavoro comporta forti vibrazioni (come su navi o treni), può fruire di allattamento a rischio per i primi 3 mesi;
  2. agenti biologici: sono le mamme che ad esempio lavorano in reparti di malattie infettive, in psichiatria, nelle scuole (i bambini sono piccoli “untori” di tante patologie contagiose, dal raffreddore ai virus gastrointestinali), in allevamenti di bestiame. L’astensione dura 7 mesi;
  3. agenti chimici: la donna lavoratrice può essere tutelata per 7 mesi dopo il parto se la sua professione la obbliga al contatto con vernici, solventi, gas, polveri, fumi, mercurio e derivati, piombo e derivati, pesticidi, sostanze tossiche, corrosive, esplosive o infiammabili.
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Esiste poi una quarta classe di lavori considerati rischiosi e comprende professioni in cui è previsto uno sforzo considerevole, posture prolungate, attività su scale e impalcature oppure su mezzi in movimento (treni, autobus etc.). In questi casi la tutela è di 3 mesi dopo il parto. Però per lavori faticosi, insalubri o pericolosi l’astensione o il cambio di mansione possono essere prolungati fino a 7 mesi. Nel caso di lavoro notturno (dalle 24 alle 6), chi allatta può essere esentata fino a un anno dopo il parto, fino a 3 anni su richiesta e fino a 12 se è una mamma single.

Riassumendo un po’ tutti i fattori di rischio, ecco degli esempi di professioni che potrebbero costituire un pericolo per una neo mamma: operaie, cameriere, cuoche, parrucchiere, commesse, medici, infermiere, insegnanti (anche di sostegno), educatrici o operatrici in comunità (ad esempio, per persone disabili, tossicodipendenti, malati psichiatrici), operatrici socio-sanitarie, collaboratrici domestiche o scolastiche e altri.

Come si presenta la domanda per allattamento a rischio. Entro 30 giorni dal parto, la mamma lavoratrice deve presentare al suo datore di lavoro il certificato di nascita del bambino. Per i primi 3 mesi usufruirà del normale congedo di maternità (i mesi potrebbero essere 4 se si è scelto di lavorare fino all’ottavo mese di gravidanza, in modo da avere un mese di maternità prima del parto e 4 dopo). Al rientro dalla maternità, datore di lavoro e mamma valuteranno se ci sono pericoli per l’allattamento: se è così, lei verrà assegnata ad un compito differente e non a rischio finché il bambino non avrà 7 mesi. In questo caso, si deve presentare istanza alla Direzione provinciale del lavoro (i moduli si possono scaricare dal sito del ministero del ministero del Lavoro e delle politiche sociali).

Se il cambiamento di mansione non può essere fatto, alla mamma tocca l’astensione dal lavoro fino al settimo mese del neonato. Dovrà quindi presentare una comunicazione scritta alla Direzione provinciale del lavoro. Trattandosi di un tipo di astensione obbligatoria, la retribuzione sarà del 100%. Viene anticipata dal datore di lavoro che verrà poi rimborsato dall’Inps.

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